I segreti della Decottopia
in un'intervista con Gianluca Mech
Incontriamo Gianluca Mech di ritorno da un suo viaggio a Los Angeles ("for business and pleasure", ci
scherza sopra rilassato ed evidentemente soddisfatto) dove, fra l'altro, ha trovato il tempo per frequentare
un Master in Conduzione Televisiva.
L'occasione per questa intervista ci vede ospiti di una stretta collaboratrice e cara amica di Gianluca e
del suo rustico dalla vista impagabile, giusto a mezza costa sulla collina. Sotto di noi la pianura, di
folgorante bellezza nel tramonto, sta sfumando in ombre lunghe. Dalla nostra postazione si intravvede anche
Orgiano, cittadina della "bassa vicentina" dove ha la sua sede Balestra e Mech, l'azienda erboristica e
agroalimentare dal grande passato che la visione imprenditoriale di Gianluca ha trasformato in una realtà
attualissima, dinamica e aggressiva.
"Ma lei lo sa" mi interroga con gentilezza "che proprio ad Orgiano, nei primi del '600, avvennero i fatti e i
misfatti che, non con certezza ma con alta probabilità, ispirarono al Manzoni i suoi "Promessi Sposi"?
Paolo Orgiano, signorotto del borgo, come don Rodrigo, i due innamorati Vincenzo e Fiore come Renzo e Lucia.
E poi i "bravi" e il ratto della giovane contadina… storia vera, questa, storie di questa terra".
Ma la sua famiglia non è originaria di qui, o mi sbaglio?
"No, noi veniamo dal Piemonte, ma siamo in Veneto da oltre un secolo. E comunque a me piacciono molto le storie e la Storia".
Anche perché, di storia, lei ne ha una ben lunga e interessante alle spalle.
"Una storia che abbraccia qualcosa come cinquecento anni. Le prime notizie dei Bonardo, che all'inizio del '900
sarebbero diventati Balestra e, successivamente, Mech, risalgono al 1500 e sono strettamente intrecciate a
quelle di una formula galenica, ai tempi diffusa presso le minoranze protestanti delle Langhe piemontesi,
che la nostra famiglia approfondì, perfezionò e denominò "decottopia". Un termine che, contro ogni apparenza,
non si riferisce già ai "decotti", ma assume dal greco "deka" il numero "dieci" per significare la "terapia
delle dieci piante". Se nella fitoterapia tradizionale si usa generalmente l'accortezza di non accostare più
di tre, quattro piante, per evitare possibili antagonismi, in Decottopia noi ne utilizziamo come minimo dieci,
fino ad arrivare addirittura a trenta, con la totale e sempre documentata certezza che fra loro si sviluppino
soltanto sinergie. Una sicurezza che proviene da secoli di esperienza, un valore che poggia su una grande
tradizione. In definitiva, il "segreto" di un'antica pratica erboristica che si tramanda di generazione in
generazione e che viene gelosamente custodito dal "depositario" di turno".
Ogni generazione ha dunque un solo, unico custode della formula?
"Non solo custode, ma anche responsabile dell'evoluzione della formula stessa. Voglio dire che, da sempre,
ciascuno dei "depositari", nel proprio periodo storico, si è fatto punto d'onore di aggiungere qualche nuova
pianta, naturalmente testando e documentando l'efficacia delle sinergie. Da parte mia, ho portato le alghe,
che mio padre non conosceva. A sua volta papà aveva introdotto il ginseng, il "farmaco dell'armonia", del
quale mio nonno non sapeva neppure l'esistenza, e così via. Tradizioni sedimentate nel corso del tempo, che
partono da un procedimento in apparenza molto semplice. Si prende un minimo di dieci piante officinali,
selvatiche o di coltivazione biologica, e se ne estraggono i principi attivi con procedimenti dolci, quali
l'infusione, la macerazione, la decozione. Si concentra poi l'estratto in forma liquida, attraverso un
metodo che ne consente la conservazione senza utilizzo di alcol, di zucchero e di conservanti.
Il risultato è un prodotto che è, prima di tutto, una "filosofia di cura" e che funziona un po'
come il gioco dei pesi e contrappesi. Sa cosa diceva mio nonno? Se ti mangi un cotechino intero
pieno di grassi, o "pareggi" con un cesto di carciofi o ti prendi il Depurativo! E guardi che funziona
proprio così. Ecco dunque che i prodotti decottopirici non sono farmaci di derivazione vegetale, bensì
veri e propri "alimenti", con tutta la qualità che la nostra lunghissima esperienza garantisce non solo
nella formulazione, ma anche nei processi di lavorazione e di conservazione. E i loro segreti non
rimandano ad alambicchi o a Paracelso, ma più semplicemente alla fattoria, alla casa, al nostro laboratorio".
Che peso hanno avuto, se ne hanno avuto, le figure femminili della sua famiglia in tutto questo?
"Almeno nell'ultimo secolo, le donne della famiglia hanno ricoperto, diretttamente o indirettamente, ruoli piuttosto
rilevanti. Sposando Marcello Balestra, nel 1899 Giuseppina Bonardo porta la Decottopia qui in Veneto, dove nasce la
Ditta Balestra che, essendo un'attività prevalentemente ambulante, diffonde i prodotti decottopirici in tutta Italia.
Nel 1927, la formula di famiglia passa alla primogenita di Giuseppina e Marcello, nonna Adelaide, che nello stesso
anno sposa Rodolfo Mech, da cui il nuovo nome dell'impresa "Balestra e Mech". Quando l'avvento dei prodotti
farmaceutici fa decadere la presa sui consumatori della tradizione galenica, cominciano i tempi duri per la
vendita dei nostri prodotti. Che, con un guizzo geniale di puro marketing, mio nonno trasforma in "amari".
Da qui la definizione di "Signora degli Amari", con cui ancora oggi e ricordata un'altra bella figura femminile
della nostra famiglia, mia madre".
E così succede che, all'inizio del terzo millennio, il "custode"
della preziosa formula sia anche un giovane imprenditore di successo. Signor Mech, perché proprio lei?
"Della mia generazione siamo in cinque, due fratelli e tre sorelle. Tutti, a partire dai cinque, sei anni,
avevamo l'onore e l'onere di seguire il papà in laboratorio e di aiutarlo a fare gli estratti più semplici,
ma che comunque ci impegnavano molto. E se mi chiede se sentivo fin da piccolo una qualche "vocazione",
posso risponderle senza retorica che sì, sapevo che sarei potuto essere il "prescelto". Cosa che poi
avvenne in grande armonia, anche perché mio fratello e le mie sorelle hanno imboccato altre strade.
Quando ho preso in mano l'azienda, poco più che ventenne, la situazione non era molto incoraggiante.
Ma poi, fortunatamente, il vento è cambiato, è arrivato un momento storico, sociale e culturale favorevole
per quello che avevo in mente di fare "da grande". E così è nato il nostro Gruppo, con i suoi
marchi Balestra&Mech e Nature Fashion e sue sedi all'estero - a Parigi, a Bruxelles, a New York. E,
recentissimo, il Centro Studi Tisanoreica, al quale si deve il lancio di qualcosa che credo sia destinato
a modificare alla radice la cultura delle cosiddette "diete dimagranti". Si tratta non di un prodotto,
ma di nuovo tipo di approccio al dimagrimento: un metodo, un programma, un percorso mirato alla bellezza,
alla salute e al benessere. Sto parlando della Tisanoreica, il cui cuore - indovini un po' - si chiama
Decottopia. Ma questo è un lungo discorso, che ci impegnerebbe in un'altra, lunga intervista…".
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